L’intelligenza artificiale può scrivere un testo, generare una voce e produrre una canzone completa partendo da poche indicazioni. La domanda, quindi, non è più se possa fare musica, ma quanto possa fare al posto tuo prima che quello che resta smetta di essere davvero tuo.

Sotto la definizione di IA finiscono operazioni completamente diverse: separare una voce dalla strumentale, ripulire una registrazione o velocizzare un mix non equivale a generare un’intera performance. Eppure il dibattito viene spesso ridotto a due posizioni piuttosto pigre: da una parte chi considera l’IA la morte dell’arte, dall’altra chi sostiene che sia semplicemente un altro strumento, come un sintetizzatore, un campionatore o l’Auto-Tune.

In parte è vero. Anche tecnologie oggi normalissime sono state accusate di rendere gli artisti meno capaci. Il campionatore sembrava un modo per usare il lavoro degli altri senza saper suonare, mentre l’Auto-Tune sembrava la prova che nessuno sapesse più cantare. Poi qualcuno ha preso quegli strumenti e li ha trasformati in linguaggi.

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L’Auto-Tune modifica una performance. L’intelligenza artificiale può evitare che quella performance avvenga del tutto.

Dietro una voce corretta rimangono una persona, un microfono e un’interpretazione; con un generatore musicale, quel momento potrebbe non essere mai esistito.

Slide editoriale su Dr. Dre e il suo uso dell’intelligenza artificiale
02/05 Dr. Dre: prima la visione, poi l’IA.
02 / DR. DRE

L’IA arriva dopo la visione.

Dr. Dre ha assunto una posizione molto netta: non considera l’IA una minaccia e ha paragonato chi la rifiuta a chi, in passato, si sarebbe opposto alle drum machine o ai sintetizzatori. Il suo ragionamento parte dalla storia della produzione musicale, dove quasi ogni nuova tecnologia viene inizialmente accusata di rendere tutto più semplice e meno umano, prima che qualcuno riesca a trasformarla in una possibilità creativa.

Dr. Dre ha anche ammesso di utilizzare l’IA e ha suggerito che diversi produttori lo stiano già facendo senza dichiararlo, non necessariamente per generare canzoni complete, ma per analizzare materiale, separare elementi e migliorare registrazioni.

Secondo questa visione, l’IA non sostituisce la creatività, ma permette a chi possiede già una direzione artistica di raggiungere più velocemente il risultato che ha in mente. In mano a Dr. Dre arriva dopo decenni di esperienza, gusto e capacità produttiva: non deve insegnargli come si costruisce un disco, può semmai aiutarlo a farlo.

Ma possiamo applicare lo stesso ragionamento a qualcuno che chiede a un generatore di decidere anche melodia, testo, voce e arrangiamento? Lo strumento può essere lo stesso, mentre la quantità di autorialità rimasta nel risultato potrebbe essere completamente diversa.

Slide editoriale su Kanye West, Vultures 2 e il messaggio NO AI per Bully
03/05 Quando l’assenza dell’IA diventa marketing.
03 / KANYE WEST

Quando “NO AI” diventa un valore promozionale.

Anche Kanye West ha descritto l’IA come un’evoluzione dell’Auto-Tune e ha sperimentato strumenti capaci di separare registrazioni, modificare voci e recuperare materiale prima inutilizzabile. È qui che la tecnologia diventa interessante: può abbassare i costi, creare demo e rendere accessibili possibilità che fino a pochi anni fa avrebbero richiesto uno studio, diversi musicisti e parecchi soldi. Il problema arriva quando non si capisce più dove finisca lo strumento e dove inizi la sostituzione.

Durante l’era di Vultures 2, parte del pubblico accusò Kanye West di aver utilizzato parti vocali artificiali o performance trasformate per assumere il suo timbro. Al di là delle accuse e delle controversie successive, la reazione dei fan dice qualcosa di interessante: il problema non era semplicemente che la voce suonasse male, ma il dubbio che Kanye West non avesse avuto nemmeno lo sbattimento di cantarla.

Poi Kanye West ha presentato Bully scrivendo chiaramente “NO AI”. Quelle due parole non erano una semplice informazione tecnica, ma erano diventate parte della promozione del disco. Dopo le discussioni su Vultures 2, dichiarare l’assenza dell’intelligenza artificiale significava promettere un ritorno a qualcosa di percepito come più autentico, curato e personale. Il paradosso è evidente: prima l’IA viene presentata come il futuro della produzione, poco dopo la sua assenza diventa un argomento di marketing.

“NO AI” funziona quasi come “registrato su nastro”, “suonato dal vivo” o “senza correzioni vocali”: non descrive necessariamente la qualità della musica, ma attribuisce valore al processo con cui sarebbe stata realizzata. In futuro potremmo trovare un bollino “100% HUMAN MADE” sopra un disco, non perché ciò che viene prodotto senza IA sia automaticamente migliore, ma perché il pubblico potrebbe iniziare a considerare il lavoro umano un valore aggiunto.

Slide editoriale su Timbaland, TaTa e Suno
04/05 Un brand con una discografia.
04 / TIMBALAND + SUNO

Il sogno dell’industria potrebbe essere non avere più bisogno dell’artista.

Il caso di Timbaland porta il discorso ancora più avanti. Con TaTa ha presentato non una cantante che utilizza l’IA, ma un’artista costruita attraverso l’IA. Per un’etichetta, un artista virtuale è quasi il dipendente perfetto: può produrre continuamente, non invecchia, non litiga con il management e soprattutto non pretende una percentuale maggiore quando diventa famoso. Il sogno definitivo dell’industria musicale potrebbe quindi non essere trovare il prossimo artista, ma non averne più bisogno.

TaTa può anche realizzare una bella canzone, ma se voce, immagine, personalità e identità vengono progettate da un’azienda, stiamo ancora parlando di un’artista o di un brand con una discografia? E se dietro quel personaggio lavorano produttori, programmatori, autori e designer, perché continuiamo ad attribuire l’opera al personaggio invece che alle persone che lo hanno costruito?

La stessa ambiguità esiste con strumenti come Suno. Basta indicare un genere, un’atmosfera e qualche riferimento per ottenere in pochi secondi una canzone. Per chi non ha accesso a uno studio è una possibilità enorme, ma poter generare cento brani in una sera non significa diventare cento volte più creativi: potrebbe significare soltanto essere diventati cento volte più veloci nel premere “rigenera”. La creazione rischia così di trasformarsi in selezione, perché non scrivi più necessariamente la canzone, ma scegli quella che preferisci tra quelle proposte dalla macchina.

05 / CO-WRITING, GHOSTWRITING, VOCI

Scegliere è la stessa cosa che creare?

Eppure anche scegliere può essere un gesto creativo. Nella musica pop, del resto, gli artisti non scrivono necessariamente tutto da soli: molti brani nascono durante sessioni nelle quali autori, topliner, produttori e interpreti costruiscono insieme melodie e testi. Anche a Sanremo capita normalmente di leggere cinque, sei o più nomi nei crediti. In quel caso si parla di co-writing, perché i collaboratori sono dichiarati; il ghostwriting è diverso, perché qualcuno scrive senza essere riconosciuto pubblicamente come autore.

La domanda diventa quindi inevitabile: se accettiamo che un cantante interpreti una canzone costruita da sei persone, perché dovrebbe essere automaticamente scandaloso chiedere una proposta all’intelligenza artificiale? La risposta più immediata è che gli esseri umani portano esperienza, ricordi, relazioni, errori e gusti. Durante una sessione, una frase può cambiare perché qualcuno racconta qualcosa o riconosce un’emozione, mentre l’IA può soltanto simulare tutto questo senza averlo mai vissuto.

Anche qui, però, il confine si complica. Se un artista riceve un testo da un autore, lo modifica, lo interpreta e lo trasforma, consideriamo quella canzone parte del suo percorso. Se compie le stesse operazioni partendo da una proposta generata, perché il giudizio dovrebbe cambiare completamente? Forse il problema non è chi ha prodotto la prima bozza, ma quanto l’artista abbia fatto dopo.

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Se chiedi una hit, ascolti venti risultati e pubblichi quello meno brutto, forse non hai scritto una canzone: l’hai ordinata.

Se utilizzi Suno per generare una demo, la smonti, riscrivi il testo, cambi gli accordi, ricostruisci l’arrangiamento e registri nuovamente gli strumenti, l’IA è probabilmente un mezzo. Se chiedi “fammi una hit malinconica nello stile di…”, ascolti venti risultati e pubblichi quello meno brutto, forse non hai scritto una canzone: l’hai ordinata. Ed essere il cliente non significa automaticamente esserne l’autore.

Il problema diventa ancora più evidente con le voci artificiali. Heart on My Sleeve, costruita utilizzando voci che imitavano Drake e The Weeknd, raggiunse milioni di ascolti prima di essere rimossa. Se quelle persone si sono emozionate, la loro emozione non diventa falsa soltanto perché la voce era artificiale.

Il problema potrebbe trovarsi in ciò che è stato sottratto agli artisti imitati, perché una voce non è soltanto una frequenza audio: è una tecnica costruita negli anni, un’identità, un accento, degli errori e una reputazione. Clonarla significa utilizzare tutto questo senza aver vissuto nulla di ciò che l’ha prodotto e, magari, senza nemmeno chiedere il permesso.

Slide editoriale su Tyga, Tory Lanez e la trasparenza nell’uso dell’IA
05/05 Il risultato non racconta come è nato.
06 / IL VERO CONFINE

Come distingui un artista da un prompt maker?

Poi ci sono casi come quello di Tyga, che con $TARFACE ha costruito un alter ego synth-pop ispirato agli anni Ottanta e ha ammesso di aver utilizzato l’IA per generare rapidamente alcuni elementi musicali, mantenendo però testi e voce. Il progetto è stato paragonato da molti a Alone at Prom di Tory Lanez per lo stesso spostamento dal rap verso il canto, l’immaginario rétro e le atmosfere simili.

Questo non significa che Tyga abbia copiato Tory Lanez, ma evidenzia la differenza tra un artista che assorbe un’influenza e la trasforma attraverso la propria esperienza e un algoritmo che ne riconosce le caratteristiche ricorrenti e le ricombina in pochi secondi.

Il problema è che noi vediamo soltanto il risultato finale. Lo stesso brano potrebbe essere nato da un produttore che ha utilizzato l’IA per separare un campione, trovare una texture e poi ricostruire tutto manualmente, oppure da qualcuno che ha inserito un prompt e scelto il risultato più convincente. Dall’esterno potremmo non percepire alcuna differenza.

Come distinguiamo, allora, un artista che utilizza l’IA con creatività, mettendo nel risultato competenza, gusto e identità, da qualcuno che si limita a comportarsi come un prompt maker? Non possiamo farlo senza trasparenza. Il dibattito potrebbe quindi spostarsi dalla semplice presenza dell’intelligenza artificiale al modo in cui è stata utilizzata: dove, per fare cosa e quanto del risultato dipenda ancora dalle decisioni dell’artista.

La vera distinzione potrebbe non essere tra musica con IA e musica senza IA, ma tra chi usa la tecnologia per esprimere meglio una visione e chi la usa per evitare di doverne avere una.

L’IA è uno strumento
o una scorciatoia?

E adesso che sai che anche l’articolo che hai appena letto è stato generato con l’intelligenza artificiale, vale meno di cinque secondi fa?